La libertà del limite

ALESSANDRO GOGNA – ALPINISTA

Buongiorno a tutte e a tutti, sono particolarmente contento di essere l’ultimo relatore perché, in effetti, il mio non è un intervento che va ad amplificare i bellissimi interventi che ci sono stati prima, ma in qualche modo li va a completare introducendoli in una dimensione individuale. Noi abbiamo ascoltato con la massima attenzione, questa mattina, numeri impressionanti, preoccupanti. Abbiamo ascoltato i meccanismi incredibili per i quali avvengono, e abbiamo anche ascoltato possibili vie di uscita, e proposte politiche di miglioramento per fermare l’estrattivismo. Le abbiamo ascoltate con la massima attenzione perché sono state dette tante cose che i nostri amministratori dovrebbero davvero prendere in considerazione.

Tuttavia, il mio intervento si colloca in una specifica direzione, più alla radice del problema: io credo, infatti, che per dare vita a forme di collettivismo che funzionino, occorra avere una preparazione individuale piuttosto forte e importante. Parto allora da una considerazione: l’uomo, e anche qui intendo uomo, donna, umanità, ha sempre avuto bisogno (da quando c’è una memoria storica) di conquistare. La conquista che prima si risolveva nei termini di una tribù contro un’altra, oppure un popolo contro un altro popolo, oppure più vicino a noi, col colonialismo, e quindi l’invasione di altri continenti con la scusa della religione o della democrazia. Insomma, si può parlare di una necessità di conquista insita nella nostra storia che è un fatto dal quale difficilmente si può prescindere.

Tutto ciò si è svolto, soprattutto negli ultimi tempi, anche tramite la cosiddetta esplorazione del nostro pianeta. E anche qui: con un’esplorazione seguita dalla conquista. Non dimentichiamolo: la conquista del Polo Nord, la conquista del Polo Sud, dell’Everest, la conquista del deserto, degli abissi marini, della fossa delle Filippine. Ma vi è poi anche un altro tipo di conquista, che viene subito dopo l’esplorazione, ed è la conquista militare o pseudomilitare: le prime spedizioni alpinistiche, anche se non hanno avuto successo, come quelle che poi conosciamo, erano di stampo paramilitare. Ciò significa che c’era un’organizzazione coinvolta in tutta una serie di meccanismi per cui la morale della conquista era una morale bellica, quasi. Bisognava cioè assolutamente raggiungere l’obiettivo, e non vi erano dietro delle motivazioni sportive o etiche. Solo in seguito è giunta la conquista sportiva, e anche questa è fondamentale. Ma cosa vuol dire? Che se la cima l’abbiamo conquistata, adesso è il momento di rifare la stessa cima, però per delle vie più difficili. Ma dopo tutto questo, ancora, che cosa è venuto dopo, e che cosa sta succedendo oggi? La conquista economica.

Non mi riferisco soltanto, ovviamente, alle spedizioni commerciali del lontano Everest o altre montagne, o del Karakorum. Mi riferisco alla conquista economica delle nostre montagne, per cui oggi abbiamo un turismo che non è più quello di 20, 30, 50 anni fa, ma è ben diverso.
Infatti, dopo la conquista economica ci può essere soltanto una cosa: la conquista distruttiva. E questo vuol dire “estrattivismo”, come abbiamo ampiamente specificato in questo convegno, che si rivela non solo attraverso l’escavazione sistematica e meccanica e violenta delle Apuane, ma si manifesta anche facendo un parallelo con il turismo.

Un conto è il turismo come si faceva una volta: il turismo di accoglienza del turista, del cittadino, in montagna, oppure anche in altre zone naturali. Un altro conto è il turismo di oggi, che è completamente diverso, da mordi e fuggi, da supermercato. E ciò può essere fascinosamente associato a un concetto che io non avevo ancora mai formulato dentro la mia testa, ma che ho sentito dire oggi, e quindi lo ripeto: l’estrattivismo turistico.

Questo secondo me è esattamente ciò che sta succedendo. È stato detto anche negli interventi precedenti, l’estrattivismo, assieme alla caccia delle cosiddette MPC, cioè le materie prime critiche (quindi, dal titanio alle terre rare, ecc.) e tra un po’ anche l’acqua, in questo momento si affanna ad estrarre dal nostro pianeta tutto quello che si può estrarre, con tutta la politica che vi è dietro. I cinesi che si sono appropriati dell’Africa, per esempio, collocandosi in maniera tale che possono usufruire di tutto. In modo simile a quello che è successo qui sulle Apuane: non è che sia tanto diverso.

Le attività di estrattivismo sul nostro territorio mettono a repentaglio uno dei beni più preziosi che abbiamo: cioè l’acqua. L’acqua viene inquinata e, soprattutto, viene usata a sproposito, per condurre le attività di escavazione. E tutto questo, a partire dal primo genere di conquista che poco sopra ho nominato, fino ad arrivare alla conquista distruttiva, passa attraverso un concetto preciso che è quello dell’”annullamento del limite”.

Il limite è un qualcosa che non deve essere inteso come un limite imposto, cioè un limite che viene dato per legge. Non sto qui parlando di questo tipo di limite, sto parlando del limite che ciascuno di noi dovrebbe, nella propria vita, imparare a scegliere. Faccio un piccolo riferimento al discorso alpinistico, che è ciò che mi descrive meglio. L’alpinismo è stato, ed è, anticipatorio, tante volte, rispetto alla società. E in questo caso lo è stato particolarmente: si è parlato di limite già nel 1968, quando “un certo” Reinhold Messner, che scrisse un articolo meraviglioso intitolato L’assassinio dell’impossibile, specificava che, con un certo tipo di imprese, si andava proprio incontro a un annullamento dell’impossibile. Questo perché un uso esagerato di mezzi artificiali mortifica non solo l’avventura, ma mortifica la montagna stessa. Da un certo punto in poi, il raggiungimento della vetta, che prima era, come dire, un tabù irrinunciabile, è stato messo da parte, perché contava di più come si raggiungeva la cima, piuttosto che il fatto stesso di raggiungerla. E questo è fondamentale. Prima le spedizioni venivano fatte con cento portatori, chilometri di corde fisse, ossigeno e quant’altro, mentre si è poi affermato un nuovo modo di salire da parte dei giovani, che hanno inventato lo stile alpino e, quindi, con cordate leggere, non inquinanti. Queste cordate riuscivano a salire quelle montagne che prima, invece, venivano assaltate a livello paramilitare. Oggi, seguendo le cronache alpinistiche e arrampicatorie, si può notare come non vi sia evoluzione se non considerando la diminuzione dei mezzi. Ossia: tutti i mezzi che venivano utilizzati prima oggi non vengono più utilizzati, perché utilizzarli non significa fare un’evoluzione, ma ripetere esattamente quello che si faceva prima. E quindi è, come dire, nel DNA di qualunque giovane il voler progredire, e per progredire si deve fare così. Come dice Mauro Corona, si deve togliere, togliere, togliere, e ha ragione, togliere è fondamentale per arrivare a un risultato che sia valido anche oggi.

Questa breve digressione sull’alpinismo permette di sottolineare un aspetto importante: c’è una forte volontà di ritrovare questo famoso limite che da tempo abbiamo dimenticato.

Proprio in questa direzione, negli anni ‘90 nasce la filosofia del “no limits”. Uno slogan che ritroviamo dappertutto. E che oggi, imperversa, in maniera direi più subdola e anche più invasiva di quanto lo si facesse prima. Per me questo “no limits” è una bestemmia. È davvero un’offesa che noi facciamo a noi stessi, all’umanità e soprattutto all’ambiente nel quale vorremmo vivere, e anche magari divertirci, facendo degli sport. E chi la usa questa bestemmia? Il marketing. Il quale non trova modo migliore di esprimersi che non facendo pubblicità che richiamano continuamente alla performance. In questo tipo di messaggio pubblicitario tu devi migliorare continuamente la tua performance e, per ottenere questo miglioramento, tu sarai una specie di semidio se compri questo e questo e quest’altro, e così via. Fino ad arrivare a un limite assurdo. Vi riporto l’esempio di una presentazione pubblicitaria cui ho assistito alcuni anni fa al Festival di Trento. In quell’occasione si presentava un nuovo modello di GPS, e ricordo perfettamente che colui che presentò questo prodotto a un certo punto disse: con questo GPS finalmente anche il signor Rossi, e quindi chiunque, potrà andare dove vorrà nella massima sicurezza. Ecco: questa è la filosofia del no limits. Un apparente abbattimento del limite che è sia qualitativo che quantitativo, cioè si vuole far passare il messaggio che il no limits valga sia per i grandi che fanno imprese pazzesche, come per tutti gli altri. Questo è ciò che passa come messaggio.

Ora, voi sapete perfettamente che dopo il Covid, quindi già dall’estate del 2020, la frequentazione della montagna è aumentata in maniera incredibile, quasi raddoppiata. L’aumento lo hanno certificato con la massima precisione coloro che operano nel soccorso alpino, non solo le persone del CAI, ma anche i carabinieri, i quali tutti hanno detto che gli interventi sono praticamente raddoppiati. E dunque, quello che dobbiamo chiederci è: le persone sono diventate tutte incapaci e imprudenti? No, la risposta è che è semplicemente aumentato il numero di persone che frequentano la montagna. Di per sé, in tutto questo non ci sarebbe niente di male. Io stesso non sono contro quelli che decidono da un giorno all’altro di andare in montagna. Io sono contro la superficialità, per la quale la maggioranza delle persone è coinvolta negativamente dal famoso “No Limits”. La pubblicità fuorviante tutti i giorni dice: “basta comprare un’app, basta usare questo e quest’altro, basta un click per riuscire a fare quello che voglio”: ma purtroppo non è così. La sicurezza, in montagna come altrove, è un qualcosa che non puoi comprare. Si può certo comprare qualche scampolo di sicurezza, ma la vera sicurezza ti deve venire dal tuo interno. Si faccia attenzione: non sto demonizzando la tecnologia. Chi fa alpinismo sa benissimo che oggi gli strumenti tecnologici sono fondamentali e possono rappresentare un grande aiuto, ma non bisogna dimenticarsi mai che la tecnologia è passiva, ossia interviene quando già l’incidente è avvenuto e non è che intervenga prima per evitarlo. L’uso della tecnologia moltiplica le nostre capacità. Quello che non siamo capaci di fare con la tecnologia, ci ritroviamo a essere capaci di farlo. E tuttavia, la tecnologia moltiplica anche le nostre incapacità. E questo ha delle ricadute a volte veramente negative, specialmente se parliamo di soccorso alpino.

Chiariti questi aspetti, arriviamo ora a delle considerazioni sul discorso del limite non più dal punto di vista storico, ma dal punto di vista di quello che dovrebbe fare l’individuo prima di tutto. Perché le collettività sono fatte da individui, e questo implica che gli individui debbano essere preparati. Con questo non intendo che si debba diventare istruttori, coach o quello che volete. Preparati vuol dire preparati e basta. Vuol dire che si è fatto un percorso, vuol dire che ci si è impegnati. Ci si è impegnati nella propria strada. Allora, per questo tipo di persona che sto cercando di tratteggiare, il limite come prima cosa impone una nuova parola che si pronuncia sempre più raramente: la parola umiltà. Oggi sembra quasi che ci si debba vergognare a usarla, perché sembra di essere dei vecchi bacucchi. Io mi auguro però che questa parola possa indurre a una riflessione. Ci vuole umiltà nei confronti degli altri, prima di tutto, ma anche nei confronti di se stessi, e soprattutto nei confronti della natura in cui noi operiamo, in cui noi andiamo, in cui noi viviamo. Umiltà significa amore. Amore per ciò che hai intorno, per ciò che sei, per ciò che puoi diventare tramite la frequentazione della natura e dei tuoi simili. Quando c’è amore, si recupera davvero una dimensione di un rapporto tra umanità e natura che si sta perdendo, o si è definitivamente perso. Quindi è importante questo recupero, ed è un qualcosa che deve venire da noi, dalle nostre individualità. È quella consapevolezza che ti fa comprendere che la natura contiene sia gioie sia dolori, e che senza impegno nulla è raggiungibile. Oggi vi è questa idea diffusa per cui si va in montagna per rilassarsi, per dimenticarsi dei problemi del lavoro. Benissimo, ma questo non può non comportare la consapevolezza del tipo di ambiente che si sta visitando. E sopraggiunge allora un’altra parola: il rispetto, di cui la paura rappresenta solo una piccola parte. Si può partire dal rispetto dell’ambiente e del territorio legato alla paura, al timore che qualcosa di spiacevole possa succedere. Ma poi si deve andare avanti, in una dimensione di vero e proprio amore. E allora, come dire, cosa ne può derivare da questa assunzione di rispetto che viene da umiltà e amore? Che cosa ne consegue? Ecco, secondo me, la fiducia. La fiducia nella totalità di noi stessi, perché noi non siamo soltanto quello che diciamo. Al contrario, c’è un’enorme quantità di noi stessi che rimane nascosta, ed è da lì che deriva la capacità poi di poter scegliere i propri limiti. La fiducia è una cosa strana. La fiducia è un qualcosa che, guarda caso, chiediamo spesso ai nostri simili, ma la neghiamo altrettanto spesso. Noi raramente diamo fiducia: ad esempio, uno dei casi in cui si dà fiducia generalmente è una situazione di affettività amorosa. Con la propria partner o il proprio partner lì c’è fiducia, almeno finché le cose vanno bene. Questo è ovvio, però è proprio lì che possiamo vedere e toccare la fiducia. In quest’ambito non è il solo semplice dire “lei/lui mi sta raccontando la verità, è una buona persona o una cattiva persona”. No, la fiducia vuol dire che c’è empatia tra me e lei, c’è un’empatia che va oltre una descrizione a parole, poetica, va oltre, ed è proprio questo che dovrebbe permettere la vita sociale oltre che la vita affettiva.

La fiducia è un argomento molto complesso, ma voglio concluderlo dicendo che dovremmo ascoltare quella grande parte di noi stessi che non ascoltiamo mai. È il famoso iceberg. Di questo è visibile solo il 15%, mentre l’85% è sotto l’acqua e non si vede. Io devo guardare dentro me stesso e calarmici come in un enorme pozzo per andare a vedere e a capire cosa c’è dentro. Solo così può costituirsi una vera collettività, che non sia solo una somma di ego uno accanto all’altro che non ascoltano se stessi. C’è un aiuto importante che permette l’esplorazione del tuo pozzo, e l’esplorazione quindi di questo iceberg sottomarino: ed è l’ascolto. L’ascolto interiore assieme all’accettazione altrui. Oggi tendiamo sempre a far muro contro muro: lo vediamo dalle discussioni politiche dove mentono tutti pur di prevaricare, e lo vediamo anche nella nostra vita quotidiana, dove la lotta tra i vari ego è gomito a gomito. A tutto questo io mi ribello, personalmente vorrei una società diversa. Magari è pura utopia, anzi probabilmente è pura utopia, però io invito a pensare che c’è davvero per noi una possibilità di allenare il nostro ascolto, e quindi anche la disponibilità verso gli altri per una società più sana di quello che è attualmente.

Altro concetto che potrebbe avvalorarsi tramite l’ascolto e l’accettazione, è il famoso passaggio dalla proprietà al cosiddetto bene comune (è stato evocato anche poco fa). Il bene comune si può chiamare anche in altre maniere, ma il termine più filosofico e accreditato è senz’altro bene comune: che non è il bene pubblico. È diverso il bene comune dal bene pubblico. Dovrebbe essere una meta fascinosa riuscire a vedere una montagna non come mia, come sua o di ANRO o di chissà chi, ma vederla invece come bene comune. Questo è un risultato, sarebbe un risultato al quale tendere e occorre arrivarci preparati, occorre lottare per questo. La collettività, i collettivi devono lottare per questo perché solo così possiamo eliminare la più grande componente negativa della società, il famoso antropocentrismo. Per il quale l’uomo è comunque al centro dell’universo. Non è vero, non è mai stato vero, non lo è e non lo sarà mai. Siamo solo noi a crederlo. Il nostro piccolo io, quello che non è andato a vedere nel proprio pozzo, perché se solo avesse dato un’occhiata in fondo a quel pozzo, questo non gli passerebbe neanche per la testa perché vedrebbe di quelle cose che altro che voi umani, vedrebbe di quelle cose che finalmente gli aprirebbero la mente. Altro che antropocentrismo! Aggiungo che siccome sono gli individui che fanno i collettivi, che sono fino a prova contraria la somma degli individui, allora c’è il rischio che anche i collettivi rimangano fermi al 15%. Le nostre azioni quotidiane che noi controlliamo con la nostra mente e con la nostra volontà, cioè con il nostro io, non sono più del 15-20%. Noi facciamo un’enorme quantità di cose che ci vengono spontanee, per fortuna, ben oltre il 15%. Questo 15%, con le consapevolezze individuali provenienti dall’esplorazione dei nostri pozzi, potrebbe aumentare, e con esso la coscienza della scelta e quindi, alla fine, la nostra libertà per cui quando scegliamo, siamo noi veramente a farlo. Non che scelgano per te gli altri! quando sei tu a scegliere, tu sei una persona libera. È evidente questo, tu hai fatto una scelta. Non stiamo parlando della libertà del bambino, quello che dice “io faccio quello che voglio”: qui stiamo parlando di adulti che scelgono, mettono dei paletti e scelgono. Quindi questa è la vera libertà che vuol dire anche trasformazione. Vuol dire che chi si mette su questo sentiero è maggiormente in grado di vedere gli altri che fanno la stessa cosa. Se vuole, li può anche aiutare: ci si può mettere assieme e quando c’è un terreno comune (che è poi il terreno del nostro pozzo) è tutto più facile. Sembra così astruso ma non lo è, in realtà è solo questione di mettersi un momento lì e capire che non è solo quello che noi vogliamo che conta, ma ciò che conta veramente è quello che noi siamo. E se noi non sappiamo chi o cosa siamo, siamo indietro, molto indietro.

Considerando tutti questi aspetti, quello che possiamo dire è che avere fiducia in ciò che ci dirige da dentro sostanzialmente aumenta la libertà personale e la sicurezza personale. La libertà anche di pescare in questo famoso pozzo, cioè allenare l’istinto. Oggi l’istinto non è considerato per niente, perché ciò che conta è solo l’istruzione che ci viene data, l’istinto è stato accantonato, il più spesso represso. Perché è la nostra vita stessa ad essere regolamentata, la vita sociale farcita di norme, per carità giuste. Non sto assolutamente contestando le norme, sto dicendo che ci deve essere anche una vita interiore per la nostra completezza. E come si allena l’istinto?

L’individuo dovrebbe essere anche un cercatore di involontario. Un cercatore quindi non di ciò che puoi volere, ma di ciò che ti puoi aspettare che ti succeda. E questo è forse uno dei modi migliori per accettare i propri limiti. Io, veramente, suggerirei di rifuggire dalle statistiche. I numeri sono importanti e bisogna tenerne conto, ma in relazione alla frequentazione della montagna chi si affida solo alle statistiche sbaglia, e giocare a dadi con il destino è assurdo. Perché molto più importante è la propria sicurezza interiore, le scelte che facciamo, e alla fine come ci rapportiamo con l’interezza di noi stessi. La libertà è una cosa importante per tutti. Ed il limite rimane l’elemento fondante della libertà.

Come ho cercato di dire prima, riguardo ai contributi che l’alpinismo ha dato a questa discussione, c’è oggi una ricerca della diminuzione dei mezzi, della semplicità, del togliere. Ecco, secondo me questo dovrebbe essere uno dei modi per andare verso una società più equa. Ma non vado oltre. Tornando invece alle nostre care Apuane, questo processo deve davvero accelerare perché non abbiamo più tempo. Il processo di cui parlo è quello interiore, in contemporanea con il processo collettivo, cioè esteriore.

Il concetto di limite dovrebbe passare anche alle amministrazioni, dovrebbe esserne la prerogativa, dovrebbe essere un dato fondante delle istituzioni. E invece ora non lo è nel modo più totale, perché in questo momento l’unico dato fondante è il denaro. Al contrario, l’elemento cardine di ogni discussione dovrebbe proprio essere il concetto di limite, proprio per evitare che l’estrattivismo vada ancora avanti indisturbato, nelle modalità distruttive che abbiamo evidenziato. Le Apuane stanno diventando un laboratorio estremo. E giornate come quella di oggi sono fondamentali, non solo per la salvezza delle Apuane stesse e dei suoi abitanti, ma anche per dare l’esempio a tutto ciò che le circonda. Quindi all’Italia, quindi a tutti gli altri paesi.

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