BENI COMUNI, USI CIVICI E TERRE COLLETTIVE. UN DIVERSO MODO DI POSSEDERE E DI PRODURRE ALTERNATIVO ALL’ESTRATTIVISMO

ILDO FUSANI | CIRCOLO ARCI CHICO E MARIELLE

Buongiorno, grazie agli organizzatori, grazie alla bella sala anche per l’attenzione prestata alle relazioni.

Prima di entrare nel merito di un tema che ci porta agli albori della storia dell’umanità (difficile affrontarlo in un quarto d’ora) partirei dall’immagine che vediamo sullo schermo e quindi dalla contemporaneità. È un grafico sull’andamento storico della disoccupazione, e ci dice che dal 2009 al 2021, a Massa-Carrara, la disoccupazione è stata costantemente superiore di ben quattro punti rispetto alla Toscana e di circa due rispetto all’ Italia.

Il 2019 costituisce un’eccezione (da indagare) ma, tra il 2020 e il 2022 (secondo l’ISTAT), la forbice si riconferma nella misura del decennio precedente. Commercio e somministrazione non vanno meglio (- 6%).

Chiediamoci se per misurare il benessere di una comunità si debba prendere a riferimento l’occupazione oppure i depositi bancari, l’import- export o le fortune in borsa di qualche società del marmo. La risposta è elementare: questa misura è data dall’occupazione, dal lavoro che consente alle persone di vivere o di sopravvivere, sia pure con sempre maggiore difficoltà.
Questo ci porta al tema della nostra giornata: questo sistema, così impattante sotto il profilo ambientale, risulta essere un disastro anche da un punto di vista sociale e, direi, anche economico, perché troppo dipendente, come in genere lo sono le monoculture, dalle crisi, dalla ferocia e dai capricci del mercato mondiale. E, allora, è necessario guardarsi attorno, alla ricerca di diversi modi di costruire relazioni umane, economiche e sociali.

L’esperienza plurimillenaria, presente nel tempo in ogni angolo della terra, quella dei domini collettivi detti anche usi civici, offre importanti spunti di riflessione per la costruzione di modelli di sviluppo alternativi. Qui da noi al modello estrattivista ma, più in generale, al modello consumistico fondato su rendita e profitto e orientato alla produzione di beni di scambio, utili e inutili quando non addirittura nocivi, a prescindere dall’impatto che ne deriva sulla natura e sulla società.
Si tratta di esperienze che permettono spunti di riflessione e anche concrete possibilità di sperimentazione materiale nelle relazioni tra le persone e tra umanità e natura. Esse sopravvivono anche nell’ordinamento giuridico esistente, nonostante i diversi modi di produzione che, nei millenni, si sono succeduti e, soprattutto, nonostante la voracità senza precedenti che, dalla rivoluzione industriale in poi, il sistema capitalistico ha dimostrato.

Due leggi, la 1766/1927 e la 168/2017, attraverso il loro combinato disposto riconfermano i diritti per le comunità locali di godere, in forma collettiva e autoregolamentata, di determinati beni fondiari posseduti nel tempo mediante l’esercizio degli usi civici secondo consuetudini secolari. Questa forma di appartenenza collettiva ed “inter-generazionale” è dalla legge statale definita dominio collettivo e si esplica come potere dominicale sulle terre comunitarie da parte della popolazione insediata nel territorio, che trova tuttavia quali limiti il vincolo paesaggistico e la destinazione per le future generazioni.
L’utilizzo di questi beni è sottoposto ad alcuni principi fondamentali; andiamo a citarne, molto sommariamente, solo alcuni, indispensabili ai fini del nostro ragionamento: in primo lugo, questi diritti non spettano al singolo, ma all’intera comunità; gli individui, però, in quanto membri di un determinato gruppo sociale, ovvero «uti cives», li possono esercitare. Ciò vuol dire che l’orizzonte giuridico di questi istituti non è il mercato nazionale o mondiale e neppure la competizione tra le imprese, bensì il benessere della comunità fino ad ogni singolo componente che ha titolo sia di godimento che di esercizio. Già nel 1942 la Cassazione si pronunciava sul fatto che le collettività locali hanno diritto a tutte le utilità di cui la terra è capace e questo principio, già presente nel testo del 1927, è stato riconfermato anche nella recente normativa di pochi anni orsono. In secondo luogo, la legge riconosce in questi beni, nella loro tutela e valorizzazione, la natura (a) di elementi fondamentali per la vita e lo sviluppo delle collettività locali; (b) di strumenti primari per assicurare la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale nazionale; (c) di basi territoriali di istituzioni storiche di salvaguardia del patrimonio culturale e naturale.

Ne discende, quindi, che un loro sfruttamento a fini di prelievo della risorsa lapidea, seppure storicamente accertato per bisogni primari delle comunità locali, non può considerarsi ammissibile nelle modalità dell’estrattivismo, ben delineate nelle precedenti relazioni, in quanto incompatibile con il vincolo paesaggistico e la conservazione per le generazioni future.
Solo un modo di produzione che tenga in adeguata considerazione ogni problematica ambientale, assumendo come priorità la tutela degli ecosistemi e il benessere, garantito attraverso buona occupazione, della comunità locale, quella presente e quelle delle generazioni future, può ritenersi conforme ai principi e alle norme che disciplinano i domini collettivi. Insomma, un modello economico che abbia le finalità sociali come parametro principale per l’uso della risorsa e modalità di esercizio sostenibili per gli ecosistemi interessati. Questo significa che non si deve scavare dove la natura non può sostenerlo, che si può scavare molto meno di oggi e solo quello che la comunità è in grado di lavorare.

È difficile negare le contraddizioni e gli effetti perversi del mercato mondiale, rispetto ai vantaggi di un sistema economico locale fondato sulla costruzione di una solida, variegata e diffusa rete economica locale che superi la monocultura e sappia cogliere, grazie alla sua diversificazione, anche le opportunità del mercato. Tuttavia, c’è chi pone obiezioni non tanto di carattere economico ma, soprattutto, di carattere sociologico se non antropologico.
I detrattori delle opportunità offerte da un corretto esercizio dei domini collettivi oppongono soprattutto il carattere precapitalistico e arretrato di questi modelli, secondo loro del tutto inidonei a gestire attività complesse da parte di comunità numerose.

La storia recente dell’umanità ha costruito una narrazione per cui è difficile pensare a collettività numerose ed articolate capaci di dotarsi di sistemi di autogoverno e di autoregolamentazione che non siano quelli propri di uno Stato moderno, più o meno organizzato, che lascia la libera impresa e la concorrenza far da protagoniste nella sfera dell’economia.
Questo convincimento trae forza dall’assunto che non appena l’umanità è uscita dallo stato di piccole bande di cacciatori raccoglitori, attraverso il primo sviluppo dell’agricoltura e la costruzione delle prime città, si siano naturalmente create le prime forme di Stato.

Ebbene, i più recenti studi archeologici e paleo antropologici ci dicono che, in numerose parti del mondo, anche per millenni, le cose non sono andate così. In Mesopotamia, i primi regni si sarebbero costituiti in aree collinari ancora marginali e arretrate, mentre nelle primissime città non si sarebbero riscontrati segni di significativa stratificazione sociale e di gerarchia statale o religiosa; lo stesso fenomeno sarebbe rintracciabile nella valle dell’Indo o, addirittura in epoca storica relativamente recente, in mesoamerica dove i principali nemici degli Aztechi e, per ironia, alleati di Cortez erano organizzati, secondo precise cronache del tempo e diversamente dagli Aztechi, in un complesso sistema tutt’altro che gerarchico, tendenzialmente democratico ed egualitario.

Secondo David Graeber, sociologo, e David Wengrow, archeologo, nel loro bel libro “L’alba di tutto” corredato di ricca bibliografia e di numerosissime citazioni scientifiche, per secoli o addirittura millenni, città evolute e ampi territori con popolazioni numerose e scarsamente stratificate socialmente, sono stati gestiti in assenza di stabili poteri gerarchici, bensì in base a modalità assembleari o partecipative, con criteri di delega, anche revocabile e sulla base di economie non fondate sulla proprietà privata ma su un’ampia latitudine del lavoro e del dominio collettivo.

Ma non serve andar lontano nello spazio e neppure troppo nel tempo. In questo stesso territorio, almeno dal tredicesimo secolo fino al 1812, l’economia della montagna e del marmo era governata secondo i principi e le modalità collettive della gestione di un dominio collettivo.

Il Comune di Carrara era allora una vera e propria federazione di villaggi denominata “Universitas et Comunitas totius vallis Carrariae” e “Homines Vallis Carrariae” i suoi abitanti (homines, capifamiglia; ancora un sistema patriarcale classico, da non idealizzare. Il femminismo non si era ancora affacciato nella storia dell’umanità): esistevano borghi autonomi con propri beni collettivi, assemblee fra tutti i rappresentanti dei villaggi, assemblee generali nei singoli villaggi, cariche e uffici federali.

Quindi possiamo parlare di una sorta di democrazia diretta a livello vicinale e di democrazia rappresentativa a livello della comunità di valle, di una proprietà collettiva indivisa e inalienabile e di un’assenza della nobiltà e forte autonomia dal signore del momento.
Questo è il quadro della società carrarese nel periodo medioevale, fino all’epoca moderna.

Nel secolo XVIII, con l’affermarsi del modo di produzione capitalistico, proprio lo sviluppo dei commerci ha comportato invece un aumento dell’escavazione, la crescita di un ceto mercantile cittadino investito di titoli nobiliari, usurpazioni da parte di privati, e al possesso del marmo e quindi della cava come strumento di affermazione economica e sociale. Questo fenomeno di appropriazione-espropriazione è continuato fino ai giorni nostri, fino alla situazione che ben conosciamo, celando dietro le usurpazioni private e la proprietà pubblica del Comune la natura di demanio civico dei bacini marmiferi di Carrara…

Ma lasciamo l’aspetto di carattere storico e sociologico osservando che le comunità locali, articolate anche in forma complessa e composte da migliaia di individui, sono state benissimo in grado di governare l’economia e le principali relazioni sociali in contesti tutt’altro che elementari, primitivi o primordiali, in epoche storiche sicuramente più difficili della nostra, almeno per ora.

Veniamo invece al profilo storico giuridico e cerchiamo di dare una risposta circa l’origine di quelli che il nostro ordinamento, un tempo, ha definito sommariamente usi civici e ridefinito oggi domini collettivi.

Ha scritto un insigne giurista, il Prof. Paolo Grossi:

“Non è un legislatore che li ha creati, né ci sono leggi degli Stati all’origine della loro costituzione. È vero esattamente il contrario: legislatori e leggi si sono mossi unicamente per sopprimerli, o, almeno, per soffocarli, per arginarli, per alterarne la struttura in corrispondenza dei nuovi modelli ufficiali della società borghese. Lo scopo centrale del moderno legislatore sul tema degli ‘usi civici’ è stato soprattutto quello della loro ‘liquidazione’. Essi sono un prius rispetto allo Stato, emanazioni genuine di una società che spontaneamente si auto-ordina. La fonte di queste realtà giuridiche è l’uso, ossia una fonte che viene dal basso e che esprime le esigenze, gli interessi, i valori circolanti in basso all’interno di comunità locali. La civiltà borghese, erede della concezione proprietaria e individualistica del diritto romano classico costruisce una tradizione giuridica ufficiale, la sola accettata perché identificata nel traguardo ultimo e insuperabile dell’umano progresso: monismo giuridico, monismo culturale, monismo ideologico. Scelte diverse, soluzioni diverse, tanto più quelle che si ispirano a una dimensione esecrata quale quella collettivo/comunitaria sono relegate fra le anomalie, fra le mostruosità storiche da sopprimere senza un rimpianto.”

Avrete notato sicuramente una più che significativa convergenza tra questi studi in discipline così diverse, ma c’è un ma, anzi un di più. Paolo Grossi, già presidente della Corte Costituzionale, è stato anche giurista di fiducia della Chiesa cattolica, già al tempo di Ratzinger e Wojtyła, mentre David Graeber è stato sicuramente un insigne sociologo e antropologo, ma anche un attivista per i diritti di orientamento anarchico. Voglio dire che quando ci si trova di fronte a questo genere di convergenze derivanti da punti di riferimento così distanti tra loro, sia sotto il profilo scientifico che della cultura politica, tutti dovremmo fermarci a riflettere e, per primi, dovrebbero farlo i governanti. Anche perché a nostra conferma, proprio nel nostro paese, non poche comunità gestiscono, con antiche modalità collettive, attività economiche importanti e complesse; per esempio nel campo dell’industria del legname. Non parliamo, quindi di astratti modelli teorici, ma di opportunità molto concrete.

Va da sé che a questo stadio di sviluppo dell’economia mondiale, della complessità delle relazioni sociali e politiche, dell’avanzamento della crisi climatica e della crisi dell’intero sistema mondiale, non è pensabile che l’umanità si chiuda in comunità più o meno vaste e autosufficienti. Tuttavia, se riteniamo che a livello mondiale le attività economiche e le relazioni sociali debbano fondarsi (1) sulla pianificazione democratica e partecipata dell’economia, (2) sul mantenimento della produzione entro i limiti ecosostenibili e determinati dalle reali esigenze delle persone e non dal profitto e dalla concorrenza tra le imprese, (3) sul risparmio di energia, la lezione di queste antiche modalità di relazione sociale e di gestione delle attività economiche torna di grande attualità e la loro pratica applicazione una strada sicuramente da seguire, perché necessaria, perché legittima e perché offre una prospettiva che va ben oltre l’ambito della possibile applicazione prevista dalla legge, perché i beni materiali e immateriali coinvolti in questi processi vanno ad iscriversi nella più vasta categoria dei beni comuni, una delle nuove frontiere della trasformazione sociale e per l’impegno della cittadinanza attiva.

Insomma, sia che il nostro impegno sia rivolto al contenimento dei consumi e della produzione, che ci si ispiri ad una riconversione ecologica dell’economia, oppure ad una trasformazione sociale con un orientamento ecologico, ugualitario e socialista, le opportunità offerte dall’insegnamento dettato da queste antiche modalità di relazione sociale potranno favorire un confronto non ideologico, bensì fondato sulla verifica di esperienze concrete e materiali.

Grazie per l’attenzione.

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