APUANE: USCIRE DALL’ESTRATTIVISMO E COSTRUIRE OCCUPAZIONE. TRA PROFITTI PRIVATI E RISORSE DEI TERRITORI

MATTEO PROCURANTI |
BLANCA TEATRO – LA GORA PRODUCTION

Buongiorno a tutte e a tutti, e grazie per l’organizzazione di questa giornata.

L’intento di questo intervento è quello di evidenziare, per chi magari non conosce a fondo la situazione locale, il motivo per cui riteniamo necessario sviluppare iniziative di portata nazionale sul tema dell’estrattivismo proprio qui a Carrara. In questa città, roccaforte dell’estrazione del Marmo, ritroviamo molti degli elementi cardine di un sistema estrattivista che si presentano sotto un’evidenza sconcertante e clamorosa, e vogliamo dunque sottolinearne tutte le ombre perché riteniamo fondamentale agire sul nostro territorio, affinché tutto questo possa essere utile anche altrove per riconoscere le stesse modalità.

Se è vero che la situazione è grave in tutto il comprensorio apuano, Carrara è un nome estremamente evocativo, con le sue sculture, Michelangelo, la Pietà, ed è a tutti gli effetti il simbolo dell’industria lapidea: gli imprenditori locali in una delle loro spettacolari kermesse pubblicitarie hanno persino potuto dire “siamo marmo”, col plauso di buona parte della cittadinanza che si riconosce in una definizione che noi invece troviamo sconsiderata. Iniziamo col dire che Carrara è una piccola città (“bastardo posto”, chioserebbe il Poeta) di circa 65.000 abitanti. “Un paesone” dicono spesso i carrarini, un paesone le cui imprese del lapideo, però, dominano la scena nazionale e internazionale del settore con fatturati milionari. È un po’ come avere delle macchine da formula uno che girano su una pista ciclabile. E immaginate la scena: l’effetto non è poi così distante dalla realtà, una realtà che richiama in maniera lampante quel concetto di “estrattivismo” che stiamo imparando a definire. Un termine che ci risulta difficile da abbracciare, perché i suoi effetti pensiamo che possano svilupparsi solo in zone più politicamente instabili o socialmente compromesse rispetto alla nostra, come in Africa o in Sud America.

Invece Carrara è pur sempre in Toscana, nel nord Italia, anche se tutti gli indicatori nazionali, da quello sulla disoccupazione a quello sulla vivibilità, fino al dato agghiacciante dei tumori, la inseriscono per condizione tra le città delle zone più depresse del sud. Ma tutto questo come è possibile? Entriamo nel merito del ragionamento, un’analisi che è frutto di un’elaborazione condivisa con Ildo Fusani del Circolo ARCI Chico e Marielle, e Giacomo Faggioni del TAM CAI Carrara.

Parlando di estrattivismo, abbiamo visto che nel territorio delle Apuane la principale caratteristica di questo sistema di gestione di un territorio è lo sfruttamento di una risorsa naturale, e a Carrara questo è un fatto innegabile. Basta guardare verso i monti per rendersi conto di che cosa stiamo parlando: circa quattro milioni di tonnellate prelevate ogni anno dalle montagne e 70 cave attive (quasi la metà di tutto il comprensorio apuano). Mentre quei canaloni bianchi che sembrano neve, e che potete vedere guardando la montagna sono ravaneti, ossia vere e proprie discariche di rifiuti. Solo che quei rifiuti sono marmo: sono pezzi di montagna.

Ora, sul concetto di scarto di produzione torneremo più avanti, adesso c’è da dire che, come si evince dai numeri, quello del lapideo è un settore trainante per l’economia locale. Basti pensare che rispetto a tutte le altre categorie imprenditoriali e commerciali locali è il settore che meglio ha retto, ad esempio, l’impatto del Covid, e che ha superato praticamente indenne tutte le crisi economiche che negli anni si sono avvicendate. Questo perché il marmo di Carrara è un materiale che gode di una richiesta sempre alta e tendenzialmente di lusso, e il lusso non sente crisi, se non in tempo di guerra.

Stiamo parlando di aziende che in annate nere per l’economia mondiale hanno chiuso il bilancio con fatturati da 70 milioni di euro. Ed una in particolare, la Franchi Umberto Marmi, è arrivata a quotarsi in borsa, spostando quindi il valore della risorsa naturale che utilizza dal mondo reale a quello totalmente aleatorio immaginato da un mercato globale. Il risultato di queste ardite operazioni è che l’accumulo indiscriminato di blocchi di marmo nei piazzali di cava (pratica consolidata figlia del capitalismo illimitato in cui siamo immersi), fa sì che nel momento in cui il mercato decide che una data tipologia di materiale non è più di moda perché conviene spingerne un’altra, per innumerevoli motivi, la cava che lo ha accumulato si ritrovi col piazzale pieno di blocchi che non vende e nelle spese fino al collo. E non serve specificare che i primi a rimetterci sono i dipendenti.

Ecco, questa situazione sta accadendo adesso sopra le nostre teste e questo ci chiarisce quanto “il traino dell’economia locale” non possa essere considerato poi così stabile. E questo perché il valore del marmo di Carrara, ormai, non sta più nella filiera di esperienze e saperi e lavori artigianali che ne sancivano l’importanza e l’unicità. Sono finiti i tempi in cui i cavatori e gli scalpellini di Carrara venivano chiamati in tutto il mondo per il loro sapere unico, come ad esempio a Abu Simbel in Egitto, per guidare e realizzare lo smontaggio del tempio di Ramses II al fine di ricomporlo identico, blocco per blocco, 65 metri più in alto e 200 metri più indietro, lasciando così spazio al bacino artificiale creato dalla diga di Assuan nel 1964.

Chiariamoci però: noi non crediamo ad un’età dell’oro in cui tutto funzionava bene e le cave vivevano in equilibrio con la montagna e la società, perché la storia di questo posto ci ricorda che l’estrattivismo è un sistema che ci ha sempre governato: sicuramente all’epoca dei moti del 1894, almeno stando alla descrizione della situazione sociale di quel periodo che ci hanno lasciato sia il poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, che però era sensibile alle ragioni degli sfruttati, ma anche l’ufficiale medico al seguito delle truppe di occupazione inviate a reprimere la rivolta (quindi una fonte non sospetta); questo sistema ci ha governato quando William Walton portò qui i fasti della rivoluzione industriale per soddisfare le necessità di un impero; e ci governava quando il sindacalista anarchico Alberto Meschi ebbe bisogno di tutta la categoria compatta in lotta e di un momento storico propizio per ottenere condizioni di lavoro vivibili per gli operai; ci governava anche quando Renato Ricci nazionalizzava le cave di Carrara per conto del Duce; non solo, ci governa anche quando i Corleonesi vedono nelle cave di Carrara un ottimo investimento. Ma sulla questione delle infiltrazioni mafiose siamo costretti a stendere un velo per niente pietoso, perché bisognerebbe organizzare un convegno apposta, e non possiamo occuparcene qui.

Non c’è mai stata età dell’oro, dunque, ma è anche drammaticamente finita l’epoca dei saperi e dei cavatori artigiani, spariti da un lato sotto i colpi della meccanizzazione del lavoro, e dall’altro a causa delle massicce esportazioni di blocchi grezzi o unicamente segati in lastre, che, come dice la Camera di Commercio, sono uno degli introiti maggiori in questo momento, riducendo così di fatto l’incidenza dell’industria lapidea sul mondo del lavoro. Gli addetti al settore lapideo negli ultimi 100 anni sono passati da 20.000 a circa 1300 unità, con una popolazione che è aumentata invece di quasi un terzo, e questo a fronte di ricavi cresciuti esponenzialmente assieme alle quantità di escavato. Ci basti dire che si è calcolato che negli ultimi 40 anni si è estratto più marmo che dal tempo dei romani fino a 40 anni fa. Ed è da notare, inoltre, come il calo dei posti di lavoro riguardi soprattutto il piano, rispetto all’estrattivo puro, cioè la cava, a riprova del fatto che quel che si è perso è proprio la rete di mestieri e competenze che hanno contribuito a costruire l’immagine del marmo come simbolo di questa città nel mondo, mentre tutto si è concentrato sempre più nell’escavazione in senso stretto.

Questo ci conduce a un altro importante elemento di riflessione: queste rendite milionarie prodotte dallo sfruttamento di un bene comune, poiché di montagne si parla, ricadono solo su una parte scarsissima della popolazione. Al di là dei pochi Paperoni che godono di questi clamorosi introiti, è circa il 3% dei cittadini di Carrara che mangia direttamente grazie al marmo (e ce lo ridice la Camera di Commercio). Si faccia attenzione: il 3% è un dato misero per un’industria così invasiva. Tanto più che gli svantaggi di questo tipo di attività ricadono invece sul 100% delle famiglie di Carrara, le quali, ad esempio, pagano in bolletta 350.000 euro all’anno per depurare l’acqua dall’inquinamento prodotto dall’attività estrattiva (un tema che verrà trattato specificamente nel prossimo intervento).

Le famiglie di Carrara hanno poi il primato regionale del tasso di tumori legati all’inquinamento, e si trovano sul podio a livello nazionale. Qui a Carrara si dirà che per tanti anni abbiamo avuto il polo chimico con la Farmoplant, visto che in quanto a nocività non ci siamo fatti mancare niente, ma come si può non pensare che a definire un tale primato non contribuiscano gli oltre mille passaggi di camion a gasolio che ogni giorno attraversano il comune? E si badi bene, non si vedono nemmeno tutti questi mezzi, perché alcuni non scendono neppure in città, mentre altri passano attraverso la Strada dei Marmi, la nostra piccola TAV: 5 km e mezzo di gallerie che collegano direttamente i monti alla zona industriale senza passare dal centro. E se occhio non vede cuore non duole, i polmoni invece sì. La strada dei marmi per la modica cifra di 119 milioni di euro pagati al 100% delle famiglie carraresi (rendendo Carrara il secondo comune più indebitato d’Italia) ha spostato il transito dei camion dalle strade cittadine, ma non ha risolto il problema delle polveri sottili, che essendo polveri vagano liberamente. E non solo: sarebbe stato troppo decidere di ridurre il numero dei mezzi e dei passaggi per questioni di salute. Al contrario, a Carrara quello che conta non è la sostanza, ma l’immagine. Ed è l’immagine dell’industria del marmo la cosa più importante.

Certo, vi diranno che non c’è prova della correlazione diretta tra il tasso dei tumori e il traffico dei camion (e delle ruspe, e di tutti i mezzi pesanti che lavorano dai monti al mare). In effetti, è difficile dirlo visto che la Regione Toscana non attiva il registro tumori nella nostra provincia. E come mai, proprio nella provincia più colpita della regione? Arriviamo, dunque, ad un altro tassello fondamentale assieme all’industria: la politica.

Oltre al registro dei tumori, in questa città abbiamo assistito allo smantellamento organico di quelle strutture che, per altro a servizio dell’industria del lapideo, raccoglievano istituzionalmente i dati sull’escavazione: si tratta del Centro Studi dell’Internazionale Marmi e Macchine, e del Corpo delle Miniere, smantellati perché i dati veri, i numeri certi, in questa città non vanno resi noti. Lo sa bene chiunque abbia mai provato nel tempo ad ottenerli: non è facile provare a comporre un catasto preciso delle cave attive con i dati sull’escavato di ogni singola cava, perché i dati non li concedono e, come abbiamo visto, non li cercano nemmeno. Non è possibile disegnare una mappa puntuale dei Beni Estimati, che – lo dico per inciso, perché meriterebbe una trattazione a parte – sono antiche appropriazioni della montagna da parte di privati, quindi esclusi dalle concessioni pubbliche, derivanti da un editto del 1751. E non si prova a disegnare compiutamente questa mappa perché si scoprirebbe che gigantesche aree sono state nel tempo usurpate, mentre la “commissione marmo” del comune si riunisce spesso e volentieri a porte chiuse. Chiedete a Legambiente quante volte ha richiesto (tra le altre cose), senza ottenerli, i progetti presentati dagli industriali per l’Art. 21 del regolamento per la concessione degli agri marmiferi che consente l’allungamento in termini tempo delle concessioni a smembrare la montagna. E qui dobbiamo soffermarci un momento, perché questo articolo redatto dall’amministrazione precedente (a guida del Movimento 5 stelle) e sviluppato con entusiasmo dalla giunta attuale (PD), e comunque apprezzato da tutto il quadro politico istituzionale, racconta bene l’asservimento endemico della politica locale allo strapotere economico, che diviene politico, dell’industria del lapideo.

In virtù della legge 35 della Regione Toscana, il comune di Carrara è stato costretto a mettere mano ad un settore che, dopo l’azione riformatrice avvenuta tra il 1994 e il 1998, per quasi vent’anni aveva visto una vera e propria restaurazione, ed ha dovuto quindi stilare un regolamento comunale sulle concessioni (che molte cave non hanno mai avuto, ma anche questo è un capitolo a parte), anche alla luce di un momento storico in cui l’utilizzo delle risorse naturali è al centro di un grande dibattito mondiale. Questo, infatti, avrebbe potuto essere un’occasione per ridimensionare l’impatto dell’escavazione sul nostro territorio. Eppure, ancora una volta, le amministrazioni che lo hanno concepito e gestito si sono dimostrate succubi agli interessi industriali e poco attente a quelli civici.

L’articolo 21 del regolamento in questione prevede che la durata delle concessioni estrattive possa arrivare ad essere più che raddoppiata se il richiedente si impegna (e quindi non “fa”, ma “si impegna”) a mettere in atto progetti di interesse generale (e anche qui: non di interesse pubblico, ma “generale”) e/o di tutela ambientale e/o risistemazione idraulica, dove ciascuna voce è correlata di relativo punteggio. E quindi assistiamo all’assurdità per cui un’impresa di cui viene dato per scontato l’alto impatto ambientale non viene costretta a limitarlo, ma viene premiata se di sua spontanea volontà prova metterci una toppa. Ma ciò è inutile: perché le montagne non ricrescono.

Le imprese del lapideo possono allora anche decidere di investire qualche soldo per mettere un paio di filtri, piantare qualche albero e ottenere così, la certificazione EMAS, che è una certificazione di sostenibilità ambientale. Ma anche questa viene concessa a imprese che, vedetela come volete, distruggono le montagne e che grazie a questa certificazione verde possono ottenere un allungamento dei termini della possibilità di distruggerle. Questo è quello che fa la politica qui a Carrara, in Toscana, in Europa. E quindi come vogliamo chiamarlo?

L’amministrazione comunale di Carrara non impone a ditte che utilizzano un bene comune, come le montagne, di attuare investimenti che ricadano sul settore pubblico. Non decide dove, come e quanto esse debbano investire, ma le lascia scegliere se farlo o meno, e assegna punteggi. Ciò significa che basterebbe aprire tre attività commerciali di souvenirs, e grazie a questi posti di lavoro creati vedermi allungare i termini della concessione e guadagnare ancora. Una volta Pino Sansoni (biologo, socio storico e anima di Legambiente Carrara) per spiegare questo sistema demente fece un esempio: è come se a scuola venisse detto al bullo che picchia i compagni, “non li picchiare dopo le dieci e ti concedo dargli tre schiaffi a testa quando suona la campanella”. Fa ridere, ma è così.

Una conditio sine qua non per il rilascio delle concessioni è la necessità di costruire una filiera di lavorazione in loco per almeno il 50% dell’estratto. L’amministrazione attuale disse in campagna elettorale che su questo punto non ci sarebbe stata discussione, poiché rappresentava un limite invalicabile per ottenere la concessione. Effettivamente, questa avrebbe potuto essere un’occasione importante per definire che cosa si intende per lavorazione (che non può limitarsi alla semplice segagione in lastre) e tentare di ricostruire un tessuto civico intorno al marmo, oltre che a ridurre sensibilmente l’accumulo selvaggio, e quindi la necessità di scavare dato che l’estrazione sarebbe condizionata dalle possibilità ricettive di una filiera regolamentata. Invece, quello che vediamo è che la sindaca di Carrara esce sul giornale esultante per l’accordo finalmente trovato con le imprese (che poi non è neppure vero), che così possono continuare la loro attività senza sospensioni, accordo che però ancora non prevede la costituzione della filiera. Tanto, chi se ne frega, perché nonostante abbiano avuto quasi dieci anni per organizzarsi, la filiera si può anche procrastinare fidandosi dell’impegno a svilupparla, l’importante è che sia tutelato lo status quo e il diritto a scavare. Questo è possibile solo perché l’amministrazione comunale quando guarda le montagne vede solo cave e quando pensa al territorio non pensa alla sua oculata gestione, non pensa alla sua valorizzazione, alla sua tutela, ma solo al suo valore economico, a prescindere dai danni che questo provoca alla cittadinanza. E non si chiama estrattivismo questo?

Mi auguro sia chiaro che a noi non interessa per nulla incrementare la ricaduta economica del lapideo sul territorio, ma eliminarne la ricaduta ambientale, sociale ed in termini di salute.

Se il vostro comune di residenza decide di aumentare la TARI, vi convoca ad un tavolo per definire i termini dell’aumento e vi permette di dire la vostra? Avete forse la possibilità di far saltare il tavolo dicendo che non la pagherete e, nel caso, di impegnare una schiera di avvocati in ricorsi decennali bloccando tutto mentre voi non la pagate? Non lo potete fare. Ecco, questo è invece quello che accade a Carrara con le imprese del lapideo. Loro possono. Perché forse aveva ragione Platone quando ne “La Repubblica” diceva che il difetto della democrazia è che è soggetta alla forza del più ricco. Quello che appare evidente è che la politica a Carrara ha abdicato alle sue funzioni, lasciandosi determinare dal settore lapideo e non viceversa, schiava del presente e senza un’idea del futuro che non sia prigioniero di quella gabbia di marmo che abbiamo costruito in duecento anni, e il fatto che nessun rappresentante delle istituzioni abbia accettato l’invito ad essere qui oggi, salvo fare a gara per essere presenti alle convention degli industriali, ne è la riprova, non serve aggiungere altro. Industriali che oramai per altro sono diventati sempre più autoreferenziali e infatti non parlano più di occupazione, ma di economia, perché come abbiamo visto di occupazione è meglio che non parlino.

C’è un altro dato che vale la pena sottolineare: il fatto che a fronte di un settore che in tutto il comprensorio apuano ha visto la progressiva chiusura di imprese, soprattutto medio piccole, e calo di posti di lavoro, soprattutto al piano, ci sono ditte gigantesche che hanno la loro forza nell’estrazione, che grazie ai loro fatturati non hanno alcun problema a mettere in piedi una filiera autonoma e stanno effettivamente inglobando in maniera progressiva e sistematica imprese più piccole di loro e determinando il sistema, creando un oligopolio (che ricorda tanto i “trust” di brechtiana memoria, un sistema piramidale che ha al vertice pochissime società) che unito all’aleatorietà del mercato borsistico, a cui questi signori si sono affidati e alla possibilità di determinare le scelte politiche di un’intera comunità, lascerà la città appesa ad un filo… diamantato. Dato che abbiamo visto come in casi simili basta poco per far crollare tutto il castello di marmo. A Botticino, nel bresciano, in una situazione simile a quella di Carrara, la monoeconomia della pietra locale ha fatto sì che il suo crollo sul mercato abbia prodotto un crollo a catena di tutta l’economia cittadina.

Un ultimo argomento a cui dedicare un minuto di ragionamento riguarda poi il convitato di pietra di ogni discorso sul comparto lapideo in questa città: l’industria del carbonato di calcio, che negli ultimi 35 anni ha cambiato sostanzialmente il modo di approcciarsi all’estrazione. Come forse qualcuno sa, una cava per poter restare attiva deve produrre almeno il 30% di materiale utilizzabile ed un 70% di scarto, non il contrario. E grazie ad una serie di commi alla legge regionale le cave possono tranquillamente arrivare fino al 95% di scarto. Questo è reso possibile anche dal fatto che negli ultimi 35 anni lo scarto è diventato una voce di bilancio, perché le imprese produttrici di questo materiale (come Omya, Kerakoll) comprano gli scarti di lavorazione per triturarli e ridurli in polvere, dato che il marmo di Carrara ha percentuali di carbonato di calcio anche del 95%. Questo ha fatto sì che cambiasse il modo di lavorare e che l’attenzione che un tempo occorreva porre nell’estrazione (il sapere…) per evitare sprechi che avrebbero pesato sul bilancio dell’azienda, oggi non sia più fondamentale, perché anche lo scarto è materiale vendibile. Eppure, proprio questo aspetto non entra in nessuna discussione politica che riguardi il settore lapideo, anzi, perché l’industria del carbonato di calcio non fa parte del settore, ma lo determina.

Date queste premesse, in questa città che ha scelto di farsi schiava dell’industria lapidea entrando a piedi pari in un sistema di gestione estrattivista, riteniamo che sarebbe molto utile un lavoro culturale importante per poter dare un cambio di rotta finalizzato a realizzare un rapporto sano e costruttivo tra abitanti, ambiente e territorio. Ma questo è difficile in una città che ha scelto di non offrire possibilità altre ai giovani. Una città in cui all’assessorato alla cultura da anni non vengono corrisposte adeguate risorse ed è completamente slegato dal settore sociale.

Per il nostro comune, oramai, cultura significa evento, fiera, sagra, e non percorso o progetto, perché l’unità di misura culturale è lo scontrino. In questo scenario non dobbiamo stupirci se gli industriali, che solitamente un progetto ce l’hanno e ci vedono lungo, dal 2017 hanno istituito la Fondazione Marmo (presidente Bernarda Franchi… guarda un po’, a Carrara con due Franchi compri quello che vuoi), un istituto che con le briciole di quello che il settore guadagna grazie ad un bene comune eroga risorse liberali a scuola, sanità, sociale e cultura con il dichiarato fine di sviluppare la “civiltà del marmo” e quindi il loro pubblico e i loro introiti, formando la comunità sui loro interessi e andando a tappare quei buchi in quei settori in cui l’amministrazione arranca e per i quali ha in realtà da tempo delegato completamente gli industriali.

Provate ad andare in comune per proporre un progetto culturale, vi diranno che occorre sentire la Fondazione Marmo.

Siamo circondati da singoli ed associazioni che accettano supinamente questa situazione e banchettano con i fondi derivanti dalla Fondazione Marmo, arrivando a dichiarare che è grazie alle imprese del lapideo se potremo recuperare il nostro sapere, il nostro artigianato, le nostre tradizioni (un termine che fa scendere un brivido lungo la schiena), e la nostra arte, quando invece meno dell’1% del marmo estratto è destinato all’arte, e gli scultori nella stragrande maggioranza dei casi si trovano a lavorare gli scarti dell’industria. Come saprete, una fondazione è un ente che stanzia dei fondi con una finalità, e la finalità della fondazione marmo sta tutta nel suo nome. E se nello sviluppo culturale risiede il futuro della città, e il comune e la cittadinanza hanno delegato lo sviluppo culturale alla fondazione marmo, provate a chiudere questo il sillogismo per comprendere in quale direzione stiamo andando.

Il quadro è sconfortante: al di là dei proclami del presidente di confindustria o di qualche Iro prono a raccattare gli avanzi della tavola dei Proci, noi stiamo navigando a vista verso il destino di ogni distretto minerario (perché questo è Carrara): la perdita di tutti quei servizi che non vengano dall’industria o siano utili a lei e alle sue vetrine o ai suoi interessi, e il conseguente spopolamento, la cosiddetta fuga dei cervelli, che in realtà non è una fuga ma una messa al bando se non sono necessari alle finalità della comunità mineraria: servire supinamente l’industria fin quando il mercato ne stabilirà l’utilità.

Cosa manca a questo punto per parlare in maniera compiuta di estrattivismo e assimilare Carrara a certe zone africane o del sud America? Qualcuno dirà: il coinvolgimento dei militari a servizio dei privati nel controllo del territorio. Eppure, dopo gli interventi delle forze dell’ordine che su ordinanza del sindaco di Fivizzano in un caso e a seguito della segnalazione di una ditta privata (la Henraux) nell’altro hanno provato ad impedire l’accesso a sentieri ufficiali del CAI per tutelare quei piazzali di cava privati che ne hanno usurpato dei tratti determinandone la chiusura, ci pare che anche questo aspetto sia stato posto in essere. Certo, si dirà, non è il battaglione Wagner in Congo o i commandos di Benetton in Argentina, ma per essere in Toscana direi che è più che abbastanza.

Ora, unendo i puntini il disegno è piuttosto chiaro e non ci resta che osservare come le stesse strade portino sempre verso gli stessi posti. Noi crediamo che soltanto grazie ad una mobilitazione estesa e attraverso giornate come questa, le quali tentano di sviluppare una coscienza sociale e di comunità, figlia di un movimento culturale forte e deciso, sarà possibile invertire la rotta, fermare questo motore a scoppio figlio di una visione del mondo che consideriamo dannosa e finita. O, meglio, da terminare.

Abbiamo bisogno di nuovi paradigmi perché è finito il tempo di chiedere, mentre è arrivato il momento di pretendere. Dunque, per tutto quanto è stato detto riteniamo che la lotta in Apuane possa essere emblematica ed un viatico per le lotte che vediamo delinearsi all’orizzonte, e che se all’interno delle Apuane si incrina il sistema Carrara può barcollare allora l’intero sistema: per salvare le montagne dall’estrazione, il marmo dalla banalizzazione e per salvare le nostre vite dall’estrattivismo.

Grazie per l’attenzione.

Aderisci al movimento

Sei un movimento, un’organizzazione, un’associazione, un ente di tutela del territorio e vuoi dare la tua adesione al movimento? Compila il form per essere aggiunto alla lista degli aderenti.

Contatti

Email

16dicembrecarrara@gmail.com

Luogo dell’evento:

Carrara (MS).